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STRISCIA A CIRÒ MARINA – OTTO TORRI: «NON È LA PESCA DEL NOVELLAME IL PROBLEMA, MA L’UE CHE HA PERSO DI VISTA IL MEDITERRANEO»

Montesanto, solidale con i pescatori calabresi, condanna la violenza e invita Mediaset ad indagare su altro

Quello che è successo nel porto di Cirò Marina nei giorni scorsi è un gesto inqualificabile. La violenza non è mai comprensibile e su questo non deve esserci tentennamento. È però necessario raccontare le cause profonde che generano rabbia e frustrazione». Lenin Montesanto, presidente della storica associazione Otto Torri sullo Jonio, già fiduciario Slow Food fino al 2019 per la Condotta Pollino-Sibaritide-Arberia, consiglia di guardare l’altra faccia della medaglia e invita Mediaset e la redazione di Striscia la Notizia ad andare a fondo, raccontando insieme ad uno degli effetti (la rabbia dei pescatori ai quali viene proibito di pescare il novellame) le cause strutturali di un disastro provocato – a suo dire – dall’Unione Europea. Se osserviamo bene, nei menù locali troviamo il cosiddetto pesce ghiaccio importato e una diffusione sproporzionata nella ristorazione calabrese e nella grande distribuzione di pesce spazzatura proveniente da ogni angolo del globo.

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«Il problema in Calabria – spiega il presidente di Otto Torri – non è la pesca del novellame. La vera questione aperta, rilanciata sui media nazionali dal rocambolesco reportage giornalistico nel Porto di Cirò Marina nei giorni scorsi, resta quella di istituzioni comunitarie che predicano tutela ambientale mentre praticano disinformazione, impongono regole cieche a mari che non sono uguali e poi si lavano la coscienza contribuendo a distruggere economie, comunità e identità locali». È la stessa Europa che si scandalizza davanti alla disperazione dei piccoli pescatori calabresi, ma che, ad esempio, continua a tollerare la mattanza rituale delle balene a Grindadráp, nelle Isole Faroe (Danimarca), accanendo il suo rigore burocratico contro la piccola pesca artigianale mediterranea, quella che forse non ha mai devastato e oggi viene trattata come attività criminale.

“CON SLOW FOOD NEL 2018 LO SCONTRO PROPRIO SULLA SARDELLA”

Nel confermare solidarietà a tutti i pescatori delle storiche marinerie calabresi, Montesanto ricorda che fu proprio l’iniziativa solitaria di Slow Food territoriale a difesa della piccola pesca artigianale del novellame ad aprire, anni fa, una frattura profonda e non più sanata con Slow Food Italia che, con un comunicato ufficiale del 19 luglio 2018, dovette prendere formalmente le distanze dalle posizioni assunte sulla sardella dalla Condotta con sede a Corigliano-Rossano. Un distinguo senza precedenti che di fatto, qualche mese più tardi, contribuiva, assieme ad altre concause mai realmente chiarite, allo scioglimento della più importante e attiva condotta Slow Food calabrese e con essa all’azzeramento di un impegno riconosciuto e diffuso sui territori, di sensibilizzazione ai temi della sovranità alimentare, che non aveva precedenti e che non ha più avuto seguito nella regione.

NON SERVE PROMUOVERE PRODOTTI DI NICCHIA, MA UN’ADEGUATA EDUCAZIONE ALIMENTARE

«Già allora – ricorda Montesanto, che ha continuato comunque a portare avanti le iniziative con Otto Torri – sottolineavamo che la sostenibilità non può essere una regola astratta calata dall’alto o certificata solo in guide e almanacchi. Essa era e rimane sovranità alimentare locale, perché è importante cosa mangi, dove lo mangi, da dove arriva, e non solo in alcune aeree del mondo, ma anche in Calabria, malata di oicofobia». C’è bisogno, dunque, di diffondere un’adeguata educazione alimentare, anche nelle piazze. Non basta promuovere prodotti di nicchia, osterie o cerchie ristrette di produttori, se poi si è latitanti rispetto alla gravissima emergenza pedagogica e sanitaria sul cibo spazzatura nelle scuole, nelle mense e nella ristorazione diffusa.

“I PRIMI A PROMUOVERE LA SPERIMENTAZIONE DELLA PESCA DEL NOVELLAME. ORA L’EUROPA RIPENSI IL MECCANISMO DELLE QUOTE, NEL MEDITERRANEO C’È UN SURPLUS DI PESCE”

«Fummo tra i primi – ricorda il presidente di Otto Torri – a promuovere l’esigenza di una sperimentazione sulla pesca del novellame, che qualche anno dopo è effettivamente partita ed è terminata qualche giorno fa. I risultati ora dovranno arrivare dal Ministero alle istituzioni comunitarie per prevedere forse delle quote per il novellame, così come accade già per il tonno. Ma è proprio il meccanismo delle quote che va ripensato. – scandisce – Il novellame, da quando non si pesca più, ha prodotto una sovrabbondanza di pesce azzurro e quest’ultimo una sovrabbondanza di tonni, vincolati da quote di pesca. Risultato? Il Mediterraneo ha un surplus di pescato, ma nessuno lo può toccare. Che è poi il nocciolo della denuncia disperata emersa anche nelle parole del pescatore di Cirò Marina, intervistato da Striscia la Notizia, prima che tutto degenerasse».

“IL NOSTRO MARE PIENO DI TONNI, QUASI COME EMERGENZA CINGHIALI”

«Per avere la misura reale di quello che sta accadendo – continua – basti pensare al fenomeno dei cinghiali. Se sulla terra, in Calabria, viviamo un’emergenza reale per il sovrannumero di cinghiali, nel Mediterraneo viviamo quasi la stessa emergenza con i tonni, notoriamente tra i più grandi e voraci predatori pelagici del Mediterraneo, posizionati all’apice della catena alimentare. Eppure si finge di non sapere o vedere tutto ciò, forse perché i modelli europei non prevedono l’analisi di questa complessità?».

SILENZIO SU PESCATORI NORDAFRICANI E GIAPPONESI O SUI DERIVATI CINESI

Esiste poi un paradosso. Abbiamo un mare stracolmo di novellame, di pesce azzurro e di tonni che i pescatori non possono pescare perché fermati dalle quote imposte dall’UE. Allo stesso tempo, il Mare Nostrum è stracolmo di marittimi nordafricani o giapponesi che vengono qui, pescano tonni in quantità industriale, li portano via per poi rivenderli anche, forse, sui nostri mercati. «Questa non è tutela ambientale – è la denuncia del presidente Montesanto – ma una vera e propria colonizzazione alimentare dimenticata. Per non parlare, come faceva emergere sempre il giovane pescatore di Cirò Marina davanti alle telecamere di Striscia, dei prodotti ittici cinesi che spopolano indisturbati nella nostra ristorazione, anche tipica, spacciati, anche a causa dell’atavica oicofobia degli indigeni, per sardella calabrese!».

Le politiche di transizione ambientale in Europa forse non funzionano – spiega il presidente di Otto Torri – perché vengono lette e applicate senza confronto con la realtà. E l’assenza di qualsiasi posizione o impegno in merito da parte di Slow Food, sia in passato, sia oggi che pare abbia smarrito ogni autorevolezza e capacità di dire la sua sui suoi stessi temi e obiettivi fondativi, misura di fatto l’implosione di una visione elitaria o radical-chic della tutela del cibo e dell’ambiente.

NON TUTTI I MARI SONO UGUALI, SÌ AL MODELLO AMENDOLARA. OTTO TORRI INVITA STRISCIA AD INDAGARE ALTRO

È chiaro che non si possono applicare automaticamente le stesse regole ovunque. Il Mediterraneo non è il Mar Baltico né il Mare del Nord. È un ecosistema complesso, millenario, antropizzato, che vive di equilibrio tra uomo e mare. L’Europa – secondo Lenin Montesanto – deve smetterla di fingere che tutti i mari siano tutti uguali, perché sono questi cortocircuiti burocratici al vertice che, poi, generano frustrazione nei territori periferici.

La vera pesca distruttiva è quella a strascico, che non è quella a circuizione delle barche viste nel servizio di Striscia a Cirò Marina. «Servirebbe applicare a tutta la costa del Mediterraneo il modello messo in campo sulla Secca di Amendolara – ricorda – avviato in maniera pionieristica nel 2014 dall’allora sindaco Antonello Ciminelli, con la posa dei dissuasori che hanno realmente tutelato la biosfera, bloccando tante barche a strascico e garantendo una nuova vita ai fondali e all’ecosistema marino. Ma quel modello, per essere efficace, va esteso in modo costante e continuo. Se l’Europa – conclude Lenin Montesanto – continuerà a colpire chi non distrugge e a tollerare con distrazione e miopia burocratica chi devasta, il Mediterraneo non morirà certo per colpa dei piccoli pescatori di Cirò Marina, di Cariati o di Schiavonea, ma per l’inefficacia di misure pensate e studiate a troppi km di distanza dai luoghi e dagli habitat identitari e distintivi nei quali quelle norme dovrebbero produrre effetti positivi».

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