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AL MUSEO DI CARIATI IL VIAGGIO DI SALIOU E L’IMPEGNO DI IBRAHIMA; I VOLTI DELL’IMMIGRAZIONE IN EUROPA IN UN LIBRO E IN UN CORTOMETRAGGIO

Il 2° appuntamento del Festival delle culture “Sguardo e Mondi” nella Giornata del Rifugiato.

“Ho lasciato il Camerun a 16 anni, come migliaia di giovani africani… ho attraversato la Nigeria, il Niger, il deserto con 40-50 persone aggrappate a un PK, che fa la sua strada e non si ferma, se qualcuno cade. Un mese in Algeria, dove ti annientano perché non esistono i diritti umani. InL Tunisia ho preso il barcone: 8 metri per 76 persone, due giorni e sembrava la fine del mondo; chi pregava, chi cantava, chi piangeva, chi si faceva la pipì addosso, chi toglieva l’acqua del mare… io aspettavo in silenzio, ma non perdevo la speranza”.

Sono alcuni passaggi della testimonianza, molto toccante, di Mohammadou Saliou, durante la presentazione del suo libro “L’avventura degli africani neri per l’Europa”, al Civico Museo del Mare, dell’Agricoltura e delle Migrazioni di Cariati, nella 2^ Giornata del Festival delle Culture “Sguardo e Mondi”, coincisa con la Giornata Mondiale del Rifugiato.

Un libro nato dalla drammatica esperienza, proseguita con lo sbarco a Lampedusa e il trasferimento al C.A.R.A. di Isola di Capo Rizzuto (“tre mesi di detenzione, senza poter uscire”), fino all’arrivo a Cariati, dove è giunto con altri Minori Stranieri Non Accompagnati, per la prima accoglienza a Casa Don Alessandro, nell’ambito del Prog-36 Sarepta. A Cariati, ha detto, “ho visto la luce”, anche in senso metaforico perché,  dopo l’uscita dal programma di protezione “che mi ha insegnato un altro sistema di vita”, ha scelto di rimanerci, trovando lavoro in un’impresa di serramenti, l’affetto della famiglia del titolare e l’amore, con una ragazza del luogo.

“Sono grato a tutti coloro che hanno rivolto lo sguardo su di me, per aiutarmi” – ha proseguito Saliou, sottolineando di aver scritto il libro per mettere in guardia tanti giovani come lui, “non per impedire loro di sognare, ma perché partano con consapevolezza, informazione e dignità sapendo bene cosa rischiano”.

Questi e tanti altri elementi, che hanno commosso il pubblico presente nell’apprendere tanti aspetti sconosciuti dell’immigrazione giovanile, sono emersi dal dialogo dell’autore con la Direttrice del Museo, Assunta Scorpiniti, dalle intense letture di Francesco Cristaldi e Roberta Rispoli, operatori museali del servizio civile, e dalle analisi sulla realtà migratoria condotte insieme a Ibrahima Deme Diop, docente e mediatore senegalese, che vive stabilmente in Italia dove, tra l’altro, collabora con il Ministero dell’Interno, è responsabile dei Centri di Accoglienza di Cariati e Cosenza, ed è presidente della Consulta Intercultura del capoluogo bruzio.

“Saliou – ha spiegato il dott. Ibrahima – ha fotografato nel suo libro ciò che si vede e quello che non si conosce… quello che provano tanti giovani, ciò che portano dietro dal mondo da cui provengono e soprattutto un fatto non considerato: si tratta di minori, coraggiosi, certo, ma anche vulnerabili”.

L’approccio all’immigrazione deve per questo essere corretto e consapevole, evitando, ad esempio, “di banalizzare la morte dei migranti”, nei percorsi più drammatici; non dobbiamo dimenticare, ha affermato, “che si tratta di esseri umani”, spesso vittime dell’inefficacia delle politiche migratorie, che a suo parere deriva anche dalla negazione del diritto universale alla mobilità: “Oltre a creare disuguaglianze tra i popoli, non consente a chi decide di partire di intraprendere una direzione certa, finalizzata, e mette tante vite a rischio”.

Ibrahima Deme Diop ha contribuito all’incontro con una sua opera cinematografica, un emozionante cortometraggio intitolato “Il filo invisibile – vite intrecciate e legami inaspettati”, incentrato sul dialogo tra giovani migranti e anziani dei luoghi di accoglienza; un modo per dimostrare che occorre affrontare l’immigrazione non pensando solo alla clandestinità, ai permessi di soggiorno, all’emergenza, ma soprattutto al “rapporto tra esseri umani”, che si può e si deve creare, anche con il supporto di interventi e politiche adeguate.

Dal pubblico tanti applausi, in un incontro ritenuto “uno dei più belli ed emozionanti”, per aver fatto riconoscere l’uomo oltre la superficie del noto, dei pregiudizi e dell’assuefazione che fa considerare solo numeri tante persone piene di speranza.

Si è chiusa così la terza edizione 2026 del Festival delle Culture “Sguardo e Mondi”, ideato e curato dalla Direzione del Museo, con la collaborazione del Centro SAI del Comune di Cariati gestito dalla Cooperativa Agorà Kroton; del Prog-36 Sarepta di prima accoglienza MSNA; delle associazioni “Kalyna” Donne Ucraine, Ita.Co.Ro (Italia, Colombia, Romania), “Italia-Russia Cultura e Lingua senza frontiere”; delle Donne della locale comunità Marocchina. Nella prima Giornata, il Festival è stato dedicato alla valorizzazione culturale delle comunità straniere presenti a Cariati.

MuMAM comunicazione – Museo Civico Cariati

 

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