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SCALA COELI – RICONOSCIMENTO ALLA MEMORIA DI ANNA CAPALBO: LA PAROLA AL VIMINALE

La sedicenne perse la vita nel 1957 mentre tentava di salvare il padre travolto dalla piena di un torrente. La richiesta era stata inoltrata dapprima al presidente Mattarella

SCALA COELI – La storia di coraggio e altruismo di Anna Capalbo, la sedicenne che settant’anni fa perse la vita nelle acque del torrente Procò nel tentativo di salvare il padre Domenico travolto dalla piena, lo scorso 13 febbraio era stata portata all’attenzione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con la richiesta di un riconoscimento ufficiale alla memoria da parte del Quirinale. A farsene promotore, un cittadino del centro collinare, Nicola Abruzzese, secondo il quale il sacrificio eroico della giovane merita di essere custodito e valorizzato come patrimonio universale e testimonianza autentica di generosità e amore filiale.

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La risposta del Quirinale è arrivata lo scorso 9 marzo, direttamente dalla segreteria della Presidenza della Repubblica Italiana. Nella comunicazione, si fa presente che il presidente Mattarella ha esaminato personalmente la segnalazione, rimanendo colpito dalla vicenda della sedicenne scalese, ma che l’ordinamento che disciplina le onorificenze dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana non consente conferimenti alla memoria. Su indicazione della stessa Segreteria del Quirinale, la richiesta di Abruzzese è stata ora inoltrata al Ministero dell’Interno, guidato dal ministro Matteo Piantedosi, che dovrà valutare la concessione di un riconoscimento alternativo, previsto per atti di eccezionale coraggio e virtù civica anche nei casi in cui l’autore sia deceduto. Non resta, a questo punto, attendere la risposta del Viminale.

LA STORIA DI ANNA CAPALBO

Quel lontano 26 ottobre 1957, in un giorno piovoso d’autunno, Anna Capalbo, appena sedicenne, a dorso di un mulo attraversava il Procó in piena. Con lei c’erano il padre Domenico e la sorella maggiore Emma. All’improvviso, il genitore fu travolto dalle acque impetuose del torrente e la ragazza, nel disperato tentativo di salvarlo, non esitò a gettarsi nel fiume, affrontando la forza della corrente.

Quando la sorella Emma e il padre riuscirono a riemergere dalla furia delle acque, si misero a cercare Anna, senza riuscire a trovarla. Le loro urla disperate richiamarono l’attenzione di una famiglia che abitava nelle Macchie di Pismataro, i “Pitazzi” di Campana; il primo ad accorrere fu Rosario Pugliese che invitò Domenico alla calma e a riprendere le ricerche insieme a loro. Ma quello che tutti temevano, ben presto si materializzò. Rosario scorse un braccio che spuntava da un groviglio di rami nel greto del torrente. Allora si fece legare con una corda e si calò per recuperare il corpo ormai senza vita della sedicenne, sopraffatta dai gorghi del torrente, che aveva sacrificato la sua giovane esistenza nel nobile tentativo di salvare quella del padre.

In paese, il dolore per la tragica fine di Anna fu immenso e collettivo. Una triste vicenda ancora impressa nella mente di molti anziani. Per Emma, una tragedia che segnò per sempre la sua vita, tant’è che diede il nome della sfortunata sorella alla figlia, che ora vive a Campana. «Anna Capalbo era mia zia, sorella di mamma. – dice Anna Santoro – Ha avuto la sfortuna di trovarsi sulla parte posteriore dell’asino e nel tentativo di salvare il papà, quando giunse la piena, è successo l’irreparabile. Da quel giorno per mia mamma la vita non è stata più la stessa, quella immane tragedia l’ha segnata per sempre. Poi sono nata io e ha deciso di mettermi il suo nome. Lo porto con onore e tanto orgoglio».

Un dramma avvenuto poco prima della partenza dell’intera famiglia per gli Stati Uniti, dove ad attendere i Capalbo c’erano il fratello Ugo e il fidanzato di Anna, i quali avevano chiesto di ricongiungersi con i familiari. Per uno strano scherzo del destino, la chiamata per Anna arrivò poco dopo la sua morte.

«È una storia che parla di radici, di terra e di quell’amore infinito per la famiglia che dà senso alla vita. – ha affermato il promotore dell’iniziativa, Nicola Abruzzese – Ogni volta che attraverso il ponte Procó per raggiungere la mia campagna – prosegue – mi fermo alla lapide marmorea posta sul luogo della tragedia e penso che per tanti anni nessuno ha mai trovato il tempo o il coraggio di chiedere un riconoscimento alla memoria di un’eroina, simbolo di un’epoca fatta di sacrifici e di sogni spezzati. Ho capito che non potevo più aspettare: dovevo essere io a farlo».

MARIA SCORPINITI

 

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