Una vita spesa per i fragili, pioniere dell’accoglienza verso i rifugiati e stranieri. Nel giorno delle esequie, migliaia di persone hanno reso omaggio al sacerdote
CARIATI – In migliaia, giunti anche dal crotonese, dai paesi dell’entroterra e dai vicini centri ionici, hanno salutato per l’ultima volta a Cariati, domenica scorsa, don Rocco Scorpiniti, il sacerdote che, a seguito di una grave malattia, si è spento il 3 gennaio scorso, all’età di 84 anni. Un abbraccio commosso e un cordoglio sentito, di gratitudine per una vita completamente donata alla Chiesa, per un’opera rivolta, in quasi sessant’anni di sacerdozio, verso le tantissime persone bisognose che in lui hanno sempre trovato un aiuto nelle necessità quotidiane e un conforto morale e spirituale.
Già al diffondersi della notizia della morte di don Rocco, nell’abitazione di via San Paolo si è raccolta molta gente, e l’omaggio della comunità cariatese al sacerdote è proseguito, continuo, il giorno successivo nella chiesa di Cristo Re, la “sua” parrocchia per più di quarant’anni. Ognuno portava in cuore un ricordo, un aneddoto, un motivo per dire grazie – anche attraverso i social, inondati di testimonianze e messaggi – ad un uomo che si è speso totalmente per la sua gente, che ha condotto alla fede intere generazioni, che ha saputo parlare ai giovani e alle persone di ogni età, che non si è mai tirato indietro alle richieste di aiuto, che operava nel silenzio colmando spesso i vuoti istituzionali.
Il suo ministero sacerdotale, svolto principalmente a Cariati, e per brevi periodi a Pietrapaola, Terravecchia, San Morello, Mirto Crosia, è stato caratterizzato dal servizio agli ultimi. Quando ancora in Italia non esistevano i moderni sistemi di integrazione e accoglienza, gli immigrati, i profughi, i nomadi dell’intero territorio trovavano in lui un punto di riferimento per la soluzione delle problematiche quotidiane e legate all’inserimento sociale. La sua azione pastorale, caratterizzata da una spiccata propensione all’ascolto, è stata rivolta anche ai disabili, agli anziani, ai tossicodipendenti, agli ammalati, alle tante famiglie con disagio economico e sociale.
Il ministero sacerdotale di don Rocco, illuminato da una profonda sapienza teologica, è stato ripercorso, durante la solenne celebrazione delle esequie, dall’arcivescovo della Diocesi di Rossano Cariati, mons. Maurizio Aloise, alla presenza del clero diocesano, del sindaco di Cariati Cataldo Minò e di quello di Scala Coeli Giovanni Matalone, delle autorità civili e militari, di tantissimi fedeli.
«Una vita sacerdotale vissuta con umiltà e mitezza, lunga sessant’anni. – ha sottolineato il presule – Ultimo di sette figli di una famiglia di agricoltori, ha imparato presto il valore delle radici, della pazienza, del lavoro silenzioso». La sua vocazione, scoperta in tenera età e custodita con l’aiuto dei genitori Leonardo e Assunta – ha ricordato mons. Aloise – è maturata nel seminario vescovile di Cariati sotto la guida di maestri come il Servo di Dio don Alessandro Vitetti e poi al Teologico di Catanzaro fino all’ordinazione, ricevuta nella Cattedrale di Cariati il 24 luglio 1966 per mano del vescovo Orazio Semeraro.
«Da quel giorno la sua vita è stata un sì continuo nel servizio umile e costante – ha proseguito l’arcivescovo di Rossano Cariati – nell’ascolto dei poveri anche come Delegato Regionale Caritas. Negli ultimi tempi – ha aggiunto il presule – l’ho osservato nel suo servizio nella parrocchia di San Cataldo: le sue buone maniere, i gesti misurati che lasciavano trasparire il Vangelo senza imporlo, l’educazione, il rispetto, l’amore per il prossimo, l’attenzione agli ultimi. È bello che un sacerdote sia ricordato per questo, per la sua testimonianza, immagine del Pastore buono. Chiediamo la grazia di custodire la sua testimonianza e la carità operosa».
Anche il sindaco Cataldo Minò ne ha ricordato la statura umana e spirituale. «Don Rocco è un sacerdote figlio di questa terra – ha affermato il Primo cittadino – il suo sacerdozio ha attraversato anni difficili, ma lui è rimasto fedele al Vangelo, la sua presenza è stata costante e silenziosa, la sua parola essenziale. In lui tanti hanno trovato conforto, non ha mai cercato visibilità, né ha confuso i ruoli. Oggi la nostra comunità si sente più fragile, ma profondamente riconoscente. Lo dico come sindaco – ha concluso Minò – e anche a titolo personale».
Il momento più commovente è stato al termine della funzione religiosa, quando il feretro la lasciato la chiesa portato a spalla dai confratelli sacerdoti, tra gli applausi commossi dei presenti e dei familiari, che hanno avuto in lui un riferimento amorevole e sicuro.
MARIA SCORPINITI (“Il Quotidiano – L’Altravoce” 8 gennaio 2026)


